Prima di iniziare, vorrei dirti delle cose. Se invece ti interessa solo Il tarlo, puoi andare direttamente qui.
Un poco delle case che ho abitato ho scritto, molto ne parlo con chi mi sta accanto, sempre ne leggo e studio. Nella mia tesi magistrale, che si chiamava Le parole e le case, mi sono avventurata in tre costruzioni domestiche e linguistiche, quelle di Carlo Emilio Gadda, Emilio Tadini e Giulio Mozzi, cercando di capire come non tanto il linguaggio ma la lingua dei personaggi (e dei loro autori) riuscisse a decostruire e ricostruire incessantemente la realtà che volevano abitare, cambiando di significato alle stanze e di funzione agli ambienti semplicemente nominandoli e raccontandoli.
Ma c’era anche un quarto spazio narrativo, un po’ più defilato: quello costruito dalla House of Leaves di Mark Z. Danielewski, già un caposaldo all’estero ma allora, il 2015, praticamente sconosciuto in Italia. Ecco, quest’ultima casa è quella a cui ho pensato di più leggendo Il tarlo: una casa–organismo, anzi forse più una casa–stomaco e una casa–timpano, che si contorce e risuona ma dal di dentro, che pulsa e si tende, che duole e fagocita, che del linguaggio umano non sa che farsene e decide di dare vita a uno proprio.
La casa è questo
Chi pensa che la casa non abbia una sua presenza, un suo corpo e una sua identità – somma delle molte identità che l’hanno progettata, che la vivono, in lei si muovono e perfino di quelle che l’hanno rifiutata e mai abitata – si sbaglia di molto. Layla Martínez ce lo chiarisce sin dall’incipit (vedi poco più sotto) de Il tarlo, il suo esordio narrativo in Italia con La nuova frontiera (2023) nella traduzione di Gina Maneri. Questa è una casa viva, non tanto come una pianta e forse non come un mammifero ma sicuramente come un invertebrato (mi fa sorridere scriverlo, dato che ridotta all’osso la casa non è nulla se non una struttura portante) che agisce più per istinto che per volontà, ma che dei suoi bisogni vitali deve prendersi cura, che è umorale e sensibile pur nella sua apparente staticità. Un essere animato, insomma, e non un contenitore.
Quando ho varcato la soglia, la casa mi è saltata addosso.
Il tarlo, incipit
Come la casa di House of Leaves, quella di questo libro è una creatura che viene disturbata, infastidita, forzata, e che per questo inizia a farsi sentire. Si scuote, muta, ingoia. Ma una casa è fatta per essere abitata (e questa è, in breve, la mia grande ossessione), quindi perché non ubbidisce alle regole? Perché ne vuole creare di sue? Perché non è strumento umano ma anzi vuole che le persone diventino suoi strumenti domestici? Alcune risposte, come sempre, vengono dal guardarsi indietro.
Quella de Il tarlo è una casa di famiglia – in cui la famiglia non c’è. È nelle pareti, nelle assenze, negli spazi sotto i letti, ma non esiste. Non è mai esistita: ci sono state persone che a relazioni perlopiù univoche (se non nelle intenzioni, sicuramente nella loro esecuzione) si sono spostate per le sue stanze, perché abitare non è un termine che va bene per questa casa. Non funziona, come non funzionano i suoi spazi. Spazi domestici e narrativi fatti di non detti, misteri e lacune – in questo, in effetti, assomiglia a tutte le altre famiglie del mondo.
Costruita con l’inganno e la sopraffazione da un uomo, la casa passa per linea materna e rimane per forza: la forza–violenza che le donne subiscono e di cui non sanno come disporre, la forza di una classe sull’altra che non si trasforma in lotta ma in vendetta, le forze dell’ordine che sono più interessate alla forza che all’ordine, la forzatura in cui tuttə lə personaggə sono costrettə per sopravvivere. Almeno un altro giorno ancora.
È che in questa casa i morti vivono per troppo tempo e i vivi per troppo poco. Quelle che stanno a metà, come noi, non fanno né l’uno né l’altro. La casa non ci lascia morire ma neppure vivere lontano da lei.
Il tarlo, p. 93
«Noi» sono la nipote e la nonna: un salto generazionale che deve essere compiuto un po’ come si fa per tramandare certe arti e certi saperi, un salto che dapprima è anche narrativo e che va riempito, e le due donne si prestano ad apparecchiarlo per noi con le parole. Tutte le assenze che si aggirano per Il tarlo sono quelle che abitano (loro sì) la casa: è difficile farci i conti, perché giocano con altre regole e anche quando scoprono le carte non sono comunque leggibili. Però a volte si possono nominare. E se nominare non è possedere, è almeno (ri)conoscere.
E si parla molto, ne Il tarlo. Perché una casa, di solito, sta nei pressi di altre case: i vicini più poveri la temono ma la frequentano per quelle arti che nonna e nipote conoscono, per quei santi e quelle ombre con cui sanno parlare, i vicini più ricchi chiedono la loro forza lavoro nelle loro, di case, e tutti ne parlano e parlano della nonna, della nipote e anche della madre. E quindi, ci rendiamo conto, se c’è un dentro c’è anche un fuori: ma sempre filtrato dalla e in funzione della casa, che è il nostro centro.
Ed è calamita verbale e fisica: anche se le sue persone si allontanano – perché lo vogliono, perché vengono arrestate, perché spariscono – torneranno in qualche modo e in qualche tempo, fosse anche solo perché non sanno dove altro andare. «L’idea che dalla propria casa non ci si possa mai allontanare e che il linguaggio in qualche modo, forzandosi, sia costretto a dire questo trauma»* lo affronta anche Martínez in questo libro. E dato che la violenza non si può esprimere sulla casa – sulla struttura in cui siamo costrettə a muoverci ed esistere, che è anche quindi tutto ciò che è fuori dalla casa – la rivolgiamo a noi e all’altrə, perché almeno del nostro dolore e quello inferto possiamo prendere misura.
Così si trasforma la casa da calamita a crosta, quella che rimane dopo una ferita e che sappiamo di non dover toccare per velocizzare la guarigione ma che non facciamo che grattare, che peggiorare, che infettare. Non si guarisce, dalla casa, perché non la lasciamo stare.
Ogni volta che ci urlavamo contro, la casa si stringeva su di noi. Le pareti tremavano e le ante degli armadi si aprivano e chiudevano di colpo. I soffitti scricchiolavano come se stessero per crollare, come se il tetto dovesse caderci sulla testa da un momento all’altro.
Il tarlo, p. 115
Della casa de Il tarlo è stato scritto che è quella di un horror gotico. Per me non è dissimile invece da quella de La cognizione del dolore, La tempesta, La stanza degli animali e House of Leaves: case che avevo definito haunted*, infestate. L’orrore non è delle case, è nelle case. Perché «né le case né le parole di per sé avevano un qualche valore, erano case e parole come tante altre: è quanto vi è successo all’interno, nel linguaggio e nell’architettura, e il fatto che ci fossero degli abitanti a presenziare all’accaduto, desiderosi o bisognosi di parlarne, che li ha resi luoghi narrativi»*. E di questa narrazione Layla Martínez è custode sicura e svelta, che tiene contemporaneamente il polso nostro e dellə suə personaggə mentre avanza nella storia e arretra nel tempo, e maestra di una cerimonia che si svolge in un infinito tempo presente tra le parole e la casa.
*Vengono, queste frasi, da Le parole e le case: fa strano rileggersi a così tanti anni di distanza e continuare ad annuire. A volte la stanza centrale, quella del focolare, continua a reggere.



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