Marguerite Yourcenar, Il colpo di grazia

Ho provato a leggere la Yourcenar più volte dopo Le memorie di Adriano, che mi aveva fatta innamorare, ma nessun tentativo è andato a buon fine. Il mese scorso ho (ri)provato con Il colpo di grazia e mi sono trovata di fronte a qualcosa di completamente diverso: un racconto asciutto, impietoso, di guerra — diverso e lontano dall’empatia che mi suscitava la prima persona dell’imperatore.
Il triangolo dei protagonisti — lui, l’amico, la sorella dell’amico — ha due vertici più forti, Eric e Sofia, e Conrad non è che un pallido profilo nel loro svilente gioco di forze. Forse ho amato lei di più, reduce della lettura, in gennaio, di La badessa di Castro (1839) di Stendhal e Eugenie Grandet (1833) di Balzac: tre donne che non fanno quello che dovrebbero fare delle personaggi femminili rispettabili, e proprio per questo più forti e perfette dei loro coprotagonisti maschili, in tutti e tre i casi delegati quasi a ruoli antagonistici. Scelta che non fa che mettere in risalto, però, il loro andare alla guerra.

In un’epoca in cui tutto andava alla malora, io mi dicevo che quella donna, almeno, era solida come la terra sulla quale si può costruire o distendersi. Sarebbe stato bello ricominciare il mondo con lei, in una solitudine da naufraghi.
M. Yourcenar, Il colpo di grazia (1937)

Fedor Dostoyevskij, Memorie del sottosuolo

Probabilmente è la traduzione che ha fatto molto, ma nella prima metà si tratta, per me, di un libro meraviglioso. È allo stesso tempo lucido e contraddittorio, mi ha ricordato molto gli interventi di Humbert Humert in Lolita.
Le scene del pranzo di compleanno e l’arrivo di Liza sono esasperatamente lunghe — perfettamente tediose, certo: siamo immersi (e ci dobbiamo restare) nei ragionamenti macchinosi e sempre autoriferiti. Anche in questo molto simile al solipsismo di Humbert.

Raphaël Geffray, Non sei mica il mondo!

Ne ho già parlato ampiamente qui, ma riprendo volentieri qualche riflessione.
«Il bambino in questione, Bené, ci rimane completamente opaco per l’intera durata del racconto: non prende facilmente la parola, non vediamo o leggiamo i suoi pensieri (al contrario degli adulti, che sono tutti molto verbosi), appaiono in superficie solamente le sue azioni − che sono quelle di un bambino isolato e affaticato. […]
La crescita di Bené non è mai completa: quella sociale ha quasi dello straordinario, ma nel privato della sua stanza il bambino continua a fare degli incubi terribili che invadono la pagina con scarabocchi tentacolati, nella solitudine di un luogo abbandonato si nasconde dietro la maschera che lui stesso ha creato il primo giorno (e che quindi, in realtà, è l’espressione del vero Bené?). […]
In Non sei mica il mondo si parla di quei tradimenti grossi e affronti inammendabili di quando si è ancora bambini − gli unici che si conoscono, a quell’età.»

Leonardo Sciascia, Dalle parti degli infedeli

Ricordo di aver letto un libro di Sciascia (penso Il mare color del vino) anni e anni fa. Presa dalla riscoperta della Yourcenar, ho deciso di pescare dagli scaffali anche un suo libro e ho scelto questo, banalmente perché l’unico in edizione Sellerio.
Non chiedetemi perché, ma ero fermamente convinta ci fossero di mezzo missionari in Oriente e ambientazione medievale. Invece siamo nella Sicilia della prima metà del Novecento e quello che ci propone Sciascia è il carteggio commentato tra il vescovo Angelo Ficarra e varie personalità della Chiesa, che sembrano non volergli far passare la vincita del Partito Comunista nella cittadina di Patti, di cui Ficarra è appunto vescovo.

Gabriel García Márquez, La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata

Questa, invece, è la riconferma di un amore. Penso di aver letto questa raccolta di racconti ormai più di dieci anni fa, ma è bastato leggere le prime righe del primo racconto per ricordarmi tutto. Non è un modo di dire, ve lo prometto, e, da parte mia, è il massimo complimento che si possa riservare a un autore: scrivere in modo talmente personale che ogni parola trascina tutte quelle dopo e la frase scorre come se non potesse andare che così.

I primi bambini che videro il promontorio scuro e circospetto che si avvicinava dal mare si fecero illusione che era una nave nemica. Poi videro che non portava né bandiere né alberatura, e pensarono che fosse una balena. Ma quando si incagliò sulla spiaggia gli tolsero i cespi di sargassi, i filamenti di meduse e i resti di banchi e di naufragi che si portava addosso, e soltanto allora scoprirono che era un annegato.
da L’annegato più bello del mondo, G. G. Márquez, La incredibile e triste storia…

È il Márquez che conosco e amo, quello di Cent’anni di Solitudine — un pochino diverso da quello che ho letto a fine mese.

Banana Yoshimoto, Kitchen

Quando l’anno scorso ho riorganizzato la disposizione dei libri di tutta la casa (cinque librerie più o meno capienti che, con il tempo, hanno accolto disordinatamente e perciò nascosto i libri), ho creato anche una piccola pila di “Libri che ho letto in passato ma che non ricordo assolutamente di cosa parlino perciò sarà meglio che li rilegga”. Ecco, Kitchen ha figurato, fino a poche settimane fa, tra questi.
Prima di tutto: è molto più bello di quanto mi aspettassi. Il secondo racconto, Moonlight Shadow, non mi è piaciuto tanto quanto Kitchen + Plenilunio, in cui la mancanza del soprannaturale (che peraltro è una suggestione essenziale nella cultura giapponese) permette alle piccole delicatezze di emergere con più chiarezza.
Sono felice di averlo letto di sera — è un libro crepuscolare, nei sentimenti e negli eventi che racconta. È un libro fatto di case vuote, di pasti notturni cucinati da soli ma consumati insieme. Di arrivi tardivi e di riconquiste.

Gabriel García Márquez, La mala ora

Molto più simile a Cronaca di una morte annunciata rispetto agli altri romanzi o racconti che mi sono familiari, La mala ora fa cadere qualsiasi disincanto e ci mostra un paese al microscopio, in cui entriamo attraverso finestre lasciate distrattamente aperte e stradine sconnesse.
Scopriamo i tantissimi vizi e le quasi nulle virtù di decine di personaggi, a volte intrecciati tra loro dal solo abitare lo stesso paese e subire l’attacco cieco delle pasquinate. Il tocco è non raccontare mai direttamente cosa dicano quei foglietti, ma mostrarne le conseguenze, quasi sempre avventate — perché gelosia, sospetti e onore sono i veri custodi del paese, e l’alcade, il giudice e il prete dovranno accettarlo.

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