Richard Brautigan, Sombrero Fallout

Due storie intrecciate: quella di un sombrero freddissimo che cade dal cielo e quella dello scrittore che ne ha iniziato il racconto. Entrambe si dirigono verso la catastrofe e l’autodistruzione, e Brautigan ci accompagna con una strana tranquillità – che nasce dall’osservazione minuziosa di chi sa come andrà a finire e dall’ironia impietosa di qualcuno che ha conosciuto molto bene e da molto vicino la sofferenza – ad assistere allo sfacelo. A fare da contraltare, una ragazza giapponese dorme e sogna, mentre un gatto riposa al suo fianco. Letto in lingua, un inglese accogliente e affascinante: non posso che consigliarlo.
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Kent Haruf, Le nostre anime di notte

Suggerito da Giacomo a lavoro, che me l’ha presentato come «uno dei pochi libri che mi sia davvero piaciuto negli ultimi tempi», l’ho comprato una domenica mattina alla nuova Fondazione Feltrinelli (che tra l’altro ha una sezione in inglese con titoli non proprio scontati, hint) e l’ho finito nel giro di due viaggi in treno. È breve e agile nel parla dell’amore tra due persone un po’ in là con gli anni – uno dei miei argomenti preferiti.

Se è anche il tuo, eccoti una selezione–regalo: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8,
9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18. Un po’ troppe? No dai.

In certi punti è forse un filino scontato, ma non me ne è venuto a male: sa di familiare, in molti modi. Poi, per quello che è successo ad aprile, ho avuto anche dei sospiri e degli occhi umidi. Non è romantico e non è sentimentale, se è quello che temi. Mi piace che non ci siano grosse sorprese o grossi conflitti – e se ci sono il loro potere è deviato da quello del racconto. È tutto molto pacato, come è giusto che sia.
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Marguerite Yourcenar, Novelle orientali

Ho snobbato questo libro che da qualche anno vive sugli scaffali di casa (chissà come ci è arrivato) principalmente per la grafica di copertina. Anzi, solo per la grafica di copertina. In realtà, è stata una bella e breve immersione nella scrittura della Yourcenar, che mi mancava da Le memorie di Adriano (di suo ho letto anche Alexis, Opera al nero e Il colpo di grazia, che, invece, non mi sono piaciuti particolarmente). La cosa bella, in questo succedersi di novelle dell’est – che inizia sui Balcani e finisce in Cina –, è dimenticarsi che siano scritte tutte dalla stessa persona, e poi ricordarsene improvvisamente. L’abilità è innegabile: la delicatezza del maestro pittore, la terra visitata dagli dei della Grecia, il coraggio pagano degli eroi slavi. Tutto coesiste in uno stile che muta e che è perfettamente credibile.
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Gabriel Garcia Márquez, Foglie morte

Il primo romanzo di Márquez, che non avevo mai letto prima di qualche giorno fa, nonostante la mia iniziazione alla sua scrittura risalga a tredici anni fa. È molto strano, leggerlo: prima di tutto perché è scritto in prima persona, e un buon conoscitore di Márquez sa che è cosa rara, se non di più. E, poi, perché sono ben tre, queste voci: un figlio, una madre, un nonno. E anche perché è disseminato di personaggi e tematiche che saranno tutte nella futura produzione. È un po’ come tornare a casa, ma trovare qualche soprammobile spostato – anzi, è come tornare a casa prima che sia anche diventata tale. Però la chiave gira perfettamente nella serratura.

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