Il 24 e 25 giugno ho in programma una gita a Genova, la prima volta che visito la città. Ieri scopro che proprio venerdì 23 inaugurerà la mostra “Una fotografa ritrovata” a Palazzo Ducale, dedicata alla figura di Vivian Maier, di cui avevo pensato di parlare questa settimana. Sembra una bella coincidenza, no? E proprio di coincidenze parla questa storia.


Vivian Maier muore nel 2009 e, in un certo senso, per tutti noi nasce nel 2007. In quell’anno, John Maloof sta ricercando materiali e documenti per un libro sul quartiere di Portage Park, nella zona nord-ovest di Chicago. Per questo ha cominciato a frequentare le sedute d’asta, a caccia di oggetti, fotografie e reperti dal passato da incorporare nel suo progetto. Così s’imbatte nel lotto di negativi di Vivian Maier, che Maloof acquista e giudica inutilizzabili dopo un rapido esame. A distanza di un anno, recupera lo scatolone dalla soffitta in cui l’aveva archiviato, e capisce di avere tra le mani qualcosa di prezioso.

vivian maier autoritratto

Quella che emerge dallo scatolone è la storia immortalata della gente di New York e di Chicago, la vita che anima e riempie le strade e quella discreta che accade negli angoli, nei riflessi e nelle strade secondarie.

A scattare tutto questo è stata Vivian Maier. Fino a quel momento perfetta sconosciuta, di lei sappiamo comunque ancora molto poco: di origini francesi e austriache, cresciuta tra la Francia e gli USA, dove tornerà definitivamente nel 1951, per tutta la vita nanny o caregiver, nel tempo libero fotografa – per fortuna, viene da dire.

Nei suoi scatti, che ha realizzato nel corso di cinquant’anni, è riuscita a catturare il frenetico passaggio che l’America stava compiendo verso la modernità.

Quella che poteva sembrare una semplice tata a passeggio aveva in realtà l’anima della documentarista: nulla sembra sfuggire ai suoi occhi attenti, dalle geometrie casuali composte dai passanti ai piccoli gesti delicati, salvati sulla pellicola un attimo prima che venissero di nuovo inghiottiti dalla folla.

Nel 1952, un anno dopo che Vivian è tornata a New York e si è stabilita con una famiglia a Southampton, riesce ad acquistare una macchina fotografica, una Rolleiflex che funziona molto meglio della piccola Kodak Brownie che aveva in Francia. Ma è quando si trasferisce presso una nuova famiglia a Chicago, nel 1956, che riceve una fortuna inaspettata: un bagno privato da usare come camera oscura, dove sviluppare i suoi scatti.

Con la crescita dei bambini, però, negli anni Settanta Vivian Maier è costretta a lasciare la famiglia: iniziano le peregrinazioni da una casa all’altra in cerca di lavoro – smettendo, quindi, anche di sviluppare i negativi e limitandosi invece a conservarli.

È anche il periodo in cui decide di provare la fotografia a colori, usando pellicole Kodak Ektachrome 35mm e scattando con una Leica IIIc e altre macchine fotografiche tedesche. Più prova il colore e più Vivian si allontana dalle figure umane, centrali negli scatti in bianco e nero, e lasciandosi affascinare invece dai contrasti e dalle forme, preferendo i dettagli alle composizioni.

Verso la fine degli anni Ottanta, Vivian comincia ad avere difficoltà a trovare lavoro e a mantenere una casa: arrivata a vivere per strada, decide di mettere al sicuro i suoi preziosi rullini in un magazzino. Fortunatamente, i ragazzi che aveva cresciuto nella famiglia di Chicago le vengono in soccorso, affittando per lei un piccolo studio da usare anche come appartamento. Purtroppo, però, nel 2007 Vivian perde ogni diritto sui suoi rullini: non avendo più pagato l’affitto del magazzino, le è stato confiscato e verrà venduto all’asta, finendo fortunatamente nelle mani di Maloof.

Chi era Vivian Maier? Una fotografa autodidatta, per passione e autentico interesse a tutto quanto le stava accadendo attorno. Discreta e allo stesso tempo onnipresente, appassionata di teatro ma mai sulla scena. Si prendeva cura dei bambini ma non ne ebbe mai di suoi e non si hanno notizie di sue relazioni affettive. Sapeva cosa voleva e difendeva con forza le sue opinioni, proteggendo allo stesso tempo la sua intimità. Di solito la si incontrava vestita con un vestito lungo, un cappotto di lana, scarpe da uomo e un cappello morbido, continuamente intenta a scattare – senza mai mostrare i frutti delle sue spedizioni a nessuno.

Tranne a noi, oggi.

Well, I suppose nothing is meant to last forever. We have to make room for other people.
Vivian Maier

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