La maggior parte di giugno è stata occupata dalla lettura di un libro in inglese trovato a Innsbruck che apparirà presto tra i futuri segnetti – e che ha ridotto notevolmente il tempo che ho dedicato agli altri. Ce ne sono comunque tre, di cui poter parlare oggi.

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Bruno Munari, Artista e designer

Mi piace tantissimo il modo che ha Munari di organizzare il suo discorso, principalmente perché abbraccia totalmente il partire per le tangenti. Questo breviario per le distinzioni include una disamina delle motivazioni delle opere d’arte, un discorso tra filosofi, una rassegna di bellezze estetiche e – fuochi d’artificio per me – una riflessione sulla casa tradizionale e la dimensione fisica e culturale dell’abitare.

L’estetica vince la miseria, la cultura vince la miseria.
Bruno Munari, Artista e designer

Il tutto, riuscendo a capire qual è la differenza tra un artista e un designer.

milano casa munari

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Bruno Munari, Da cosa nasce cosa

Non so perché, ho ingenuamente sperato avesse a che fare con le celebri rose nell’insalata. Uno dice potevi controllare almeno, no? e che cosa puoi rispondergli? Niente. Mi sono coccata un vero e proprio manuale di metodologia, che nella prima parte distingue le varie fasi di un progetto e nella seconda esamina lo sviluppo di alcuni a cui Munari ha preso parte o diretto. In un certo senso, mostra l’importanza di una metodologia chiara a chi, come me, cerca di risolvere tutto con la scaletta per i temi che le hanno insegnato alle medie.
(Comunque funziona ancora alla grande, eh.)

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Gabriel García Márquez, Il generale nel suo labirinto

Nessuno sapeva di certo, tuttavia, chi lo accompagnava per amicizia, chi per proteggerlo, e chi per essere sicuro che davvero se ne andava.
Gabriel Garcia Marquez, Il generale nel suo labirinto

Continuano le mie peregrinazioni nell’universo Márquez. Questa volta provo a tenere il passo di Simón Bolívar, un generale così diverso e allo stesso tempo così simile al dittatore de L’autunno del patriarca (uno dei miei libri preferiti) e al colonnello Aureliano Buendía. Prima di tutto, perché Bolívar è esistito per davvero: Márquez fa i conti con un personaggio storico iconico per il Sud America – è El Libertador, né più né meno. E lo fa nel modo più delicato possibile: avvicinandosi a lui, mettendoglisi al fianco, registrando i piccoli vizi e i gesti immotivati, senza paura di mostrare un uomo vecchio, malato, superstizioso e stanco alle prese con un viaggio da portare a termine. Non umanizza solo una figura storica, ma crea un personaggio che vive nella letteratura, che parla il linguaggio stupendo di Márquez, quello che lo distingue da qualsiasi altro scrittore.

Mercoledì 16 giugno […] disse a Fernando, in un’imitazione del plurale di maestà e dell’enfasi rituale di José Palacios: «Siamo ricchi». Martedì 22 ricevette il passaporto per uscire dal Paese, e lo agitò in aria, dicendo «Siamo liberi». Due giorni dopo, svegliandosi da un’ora dormita male, aprì gli occhi sull’amaca, e disse «Siamo tristi».
Gabriel Garcia Marquez, Il generale nel suo labirinto

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