A Innsbruck sono capitata in una libreria aperta dal 1639, con una decente sezione in inglese. Ne sono uscita con una bella edizione di Mansfield Park, e dopo qualche settimana ho iniziato a leggerlo.

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La storia, in breve (o quasi)

Ci sono tre sorelle, una di queste fa un matrimonio poco fortunato da cui nasce un esercito di bambini. Sono perciò di mandare una delle figlie da una delle altre sorelle, che se la passa molto bene avendo sposato Sir Bertram di Mansfield Park, e lì vicino abita anche la terza, bigotta e antipatica, che si è sposata con un religioso. Questa figlia spedita dai parenti è Fanny Price, che comincia così la sua vita a MP, circondata dai quattro cugini Thomas, Maria, Julia ed Edmund. Con quest’ultimo sviluppa un legame intellettuale e affettivo molto forte: Edmund è il confidente e il supporto e la guida di Fanny, che è timida e schiva e un po’ sciapina.
Arrivano a soggiornare nei dintorni due fratelli, Mary e Henry Crawford, che stravolgono il quieto destino dei giovani Bertram. Henry filtra con Julia e Maria (anche davanti al suo fidanzato) senza alcun scrupolo – e nemmeno loro sono molto furbe, btw – mentre tra Mary ed Edmund comincia a nascere qualcosa – che rimane sempre in sospeso, però, perché Edmund è destinato a diventare un uomo del clero mentre Mary è interessata e intrisa di vita sociale londinese. Ebbene: se il cuore della povera Fanny era ormai rassegnato da tempo, quello di Mary non si dà pace (principalmente perché è una viziata vanesia vanitosa) e risveglia, anche in Fanny, delle profonde agitazioni. Maria intanto si sposa col suo fidanzato e a quanto pare Henry è innamorato di Fanny – e qui si apre, secondo me, la parte più bella del romanzo. Peccato che tutto finisca nel nulla (cioè, duecento pagine) e in pochi (pochissimi) paragrafi tutto si concluda troppo bene. Troppo. Jane, dov’è il drama? Dove? Cosa ho letto cinquecento pagine a fare, eh?

Cosa succede davvero, in Mansfield Park?

Fanny La Ferrea

In questo romanzo, sembra quasi che le tematiche forti di Jane Austen, quelle che ci fanno dire è indubbiamente lei, si siedano allo stesso tavolo per discutere – ​​​ma che nessuna ne esca troppo bene. L’amore non funziona, le classi sociali nemmeno, la rendita neanche a parlarne. Allora cosa succede davvero, in Mansfield Park?

Consideriamo la protagonista, Fanny. È delicata di salute come le belle fanciulle della letteratura gotica, ma non è in grado di sospirare come loro. Ha una morale fortissima ed è il più possibile integra, eppure è invidiosa e non esita a denigrare (tra sé e sé) la sua concorrente. Ha tuffi al cuore, strette allo stomaco e piccole pugnalate al petto quando le cose non vanno come vorrebbe, soprattutto con Edmund: ci spera, dall’inizio alla fine, ma non fa assolutamente nulla per rivelargli il suo amore, salvo illuminarsi («glow») quando lui le prende la mano o le invia una lettera se lontani – e dopo averla letta vorrebbe non averlo mai fatto, perché non vi sono le parole che vorrebbe sentirsi dire. Ma, comunque, non agisce. Fanny è immobile e irremovibile, sempre, sulle proprie posizioni – anche per motivi di salute.

She sits, she waits, she endures.
Tony Tanner

Non sembra avere le qualità che ci aspetteremmo da un’eroina – ma l’antieroe novecentesco è ancora ben lontano dall’apparire sulla scena letteraria. Non ha meriti, se non quello di rimanere sempre fedele a se stessa, tanto che quando, alla fin fine (in quelle ultimissime pagine che dicevo) ottiene esattamente quello che sin dall’inizio desiderava, non è perché lei abbia (finalmente) fatto qualcosa per ottenerlo, ma perché i sogni degli altri non si sono realizzati. Fanny trionfa, ma il premio non è tanto per la sua vitalità (aspetto tipico, invece, del romanzo di formazione), «quanto per la sua straordinaria immobilità» (Tony Tanner).

Questo premio, però, ne siamo certi, è dovuto alla sua moralità. Se negli altri romanzi la componente psicologica era effettivamente importante, ora è praticamente la regina di tutta la scena, anche grazie all’immobilità di Fanny, che le impedisce di partecipare alle escursioni e che la costringe a rimanere seduta sola su una panchina mentre vede tutti allontanarsi a piccoli gruppi o coppie. Fanny rimane sempre in disparte e ha tempo per ragionare sulle cose: per questo non si farà mai ingannare da Mary e Henry, nemmeno quando sembreranno cambiati per il meglio. Nei commenti interiori che riserva a Mary mentre Edmund si confida con lei (e lo fa un sacco di volte, ma proprio un sacco) è difficile non sentire la donna offesa e gelosa che, senza voler scomodare Anna Karenina, siamo stati tutti almeno una volta. Fanny, apparentemente silenziosa, timida e senza personalità, mette invece continuamente in atto un lavorìo interno di analisi e giudizio, da cui è molto difficile scappare – e che si dimostra pericolosamente corretto dall’inizio alla fine.

But there is something about Fanny I have often observed It before, – she likes to go her own way to work; she does not like to be dictated to; she takes her own independent walk whenever she can; she certainly has a little spirit of secrecy, and independence, and nonsense, about her.
Jane Austen, Mansfield Park

Henry ed Edmund

I due protagonisti maschili di Mansfield Park, Henry Crawford ed Edmund Bertram, hanno due caratteri forti ed estremamente definiti, sui quali il pallido riflesso di Fanny – che non possiede luce propria – sembra poter operare un miracolo (e invece no).

Se nella parte che più mi ha coinvolta del romanzo su Henry sembra operare lo stesso miracolo che è accaduto su Darcy – ovvero la lezione bellissima che la Austen ci ha regalato, cioè che l’amore educa e migliora – perché l’affetto che prova per Fanny lo porta a essere una persona attenta e caritatevole, in realtà Fanny purtroppo, nel suo irremovibile rifiuto della proposta di matrimonio, contro i consigli di tutti, anche di Edmund e Mary (e chiaramente Edmund la vorrebbe sposata perché è un tonto e non capisce che lei lo ama, mentre Mary sì che l’ha capito è proprio per questo vorrebbe che si sposasse col fratello, in modo da eliminare la rivale), ci ha visto lungo. Era tutta una recita, un ruolo in cui Henry si era immedesimato fin troppo (i temi dell’attore e del teatro ricorrono spesso), che s’infrange non appena se ne allontana.

Ed Edmund finisce per sposarsi con Fanny, ma nemmeno questa volta possiamo parlare d’amore: Mary si rivela una persona abbastanza orribile (e qui Fanny sbuffa una cosa tipo «Son giusto trecento cinquanta pagine che te lo sto a di’») ed Edmund ne è abbastanza offeso. Magicamente, realizza che per un religioso è molto meglio avere una moglie dalla profonda morale e rispettosa come sua cugina Fanny, che sta al suo fianco da tipo otto anni, ma a cui rivolge davvero quel tipo di attenzioni solo quando arriva a considerarla come moglie. Non che prima non ne elogiasse le qualità e il rigore: semplicemente, li apprezzava come li si apprezza in un allievo che cresce secondo le regole. Fanny è il buon risultato dei suoi (di Edmund) sforzi di acculturamento: andrà bene come moglie, perché è quasi a sua immagine e somiglianza.

Chiamarti casa

Per la maggior parte del tempo, ciò che Fanny apprezza di Mansfield Park sono le persone – Edmund su tutti. È quando però torna a Portsmouth in visita alla sua famiglia che realizza quanto, a mancarle, sia anche la casa.

Anche la sua stanzina freddafredda in inverno le sembra la cosa più preziosa a confronto con il chiasso gratuito della casa di Portsmouth: porte sbattute, oggetti sbattuti, sedie trascinate, piedi trascinati, urla e litigi, affronti e guerre. La malinconia che assale Fanny durante questo soggiorno è più per la sua persa solitudine e tranquillità che per la lontananza dai cugini. Le manca Mansfield Park, non la famiglia Bertram.

È difficile non pensare alla scena che Virginia Woolf dipinge in Una stanza tutta per sé: quella di una Jane Austen che scrive i propri romanzi in salotto, in mezzo al chiacchiericcio degli ospiti venuti per il tè, e riesce comunque a creare degli equilibri perfetti. Una capacità di concentrazione rara e sofferta, come sembra rivelarci Fanny.

jane austen nina cosford
Jane Austen by Nina Cosford

Dov’è finito, questo centro ordinatore chiamato casa? Sono passati più di dodici anni da quando ha iniziato a scrivere e Mansfield Park si distanzia temporalmente dai primi tre romanzi (Pride & Prejudice, Sense & Sensibility, Northanger Abbey). Il padre è morto; Jane, la sorella Cassandra e la madre si sono trasferite più volte; il suo innamorato è morto prima che potesse rivederlo: cominciamo a capire l’atmosfera sommessa di questo romanzo, che non brilla come i precedenti, ma che rimane raccolto. Il gusto di Jane Austen per lo wit, una delle caratteristiche che la rende la Austen che conosciamo nella letteratura inglese e internazionale, non è sparito, è solo velato. È un po’ perso, ma c’è, protetto dal chiasso, messo al sicuro, e quando emerge alla superficie della pagina sa colpire come ha sempre fatto.

Quindi non manca equilibrio, nella struttura di Mansfield Park: se la chiusura è frettolosa, è perché non ci deve importare del premio. Se la parte centrale è dilatata al massimo, fino a farci mancare il respiro, è perché è lì che dobbiamo guardare: alla fatica del personaggio, all’affollarsi e al dipanarsi dei suoi pensieri, all’infinitesima parte del momento che riesce comunque a portare significato. Ci dobbiamo allineare a uno sguardo attento e disilluso – e allora potremo coglierne il bagliore.

How then was I to be – to be in love with him the moment he said he was with me? How was I to have an attachment at his service, as soon as It was asked for?
Jane Austen, Mansfield Park

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