Il mio buon proposito dell’anno (scorso), quello di leggere due autrici per ogni uomo, è abbastanza naufragato, tenendosi a braccetto con quello di finire cinquanta libri: sono arrivata a venti donne e sedici uomini. E dato che imparare dai propri errori non è cosa per me, il progetto – così chiamato per fingere importanza con me stessa – continua nel prossimo (cioè questo) anno.

Però, prima: questi sono gli ultimi libri che ho letto nel 2018.

Naomi Alderman, The Power

Dopo che la sua bellissima copertina mi aveva inseguita online, accompagnata da recensioni più che entusiaste (è il periodo post Margaret Atwood, che a quanto pare si è espressa anche favorevolmente nei confronti di questo libro), ho deciso di acquistare The Power, aspettandomi Grandi Cose. Ho fatto molta fatica a leggerlo, sin dal primo capitolo: troppo veloce – forse colpa mia, poco abituata come sono a leggere scene d’azione –, poco chiaro nei dettagli senza creare suspense – è stato un continuo cosa è successo? cosa? quando? e mi sono ritrovata a rileggere le stesse righe senza arrivare a un minimo di risultato, se non che il mio scontento cresceva costantemente –, a tratti scontato quasi quanto lo era stato uno dei libri più deludenti del 2018, Swimming Lessons, anche questo preso a causa dei social e della sua copertina abbastanza bella).

Poi, il miracolo: a partire da Can’t be more than seven months left comincio a stare attenta e a voler sapere cosa succede. A pagina 293 mi sto agitando sulla sedia (abbiamo finito il pranzo di natale attorno alle cinque, sono le otto, sto leggendo da quasi due ore, lo so sono tenace). A pagina 322 comincio a piangere e penso che cosa terribile che dobbiamo morire tutti. Alla fine del libro sto di nuovo soffiando tra i denti di scontento. Non ho capito se lo consiglio, di sicuro non lo rileggo.

Patrizia Cavalli, La Guardiana

Di Patrizia Cavalli mi innamoro a Bologna grazie alla Salaborsa. È il periodo in cui mi sto avvicinando alla poesia e questa scrittura che fila come il pensiero quando è semplice e chiaro e parla a se stesso è come acqua fresca. Qui si parla di custodire le proprie porte e di spalancarle – il che significa anche dover accettare che a volte, in quella stanza, non ci sia niente.

Nora Ephron, Heartburn

Insieme al libro che in questo edit lo segue per questioni alfabetiche (ma Heartburn l’ho letto dopo) e a All Grown Up crea uno strano trittico del caso, per cui nel 2018 mi sono trovata a leggere tre donne ebree che parlano di cose che spezzano i cuori. Sta di fatto che lo fanno in modo bellissimo, chiaro, diretto, inaspettato. Questo, in particolare, è un libro semi–autobiografico letto in poco più di due ore, ma che mi ha fatta sentire diecimila volte più leggera: la lettura è terapia di cui non sapevi di aver bisogno.

Deborah Levy, Things I Don’t Want to Know: On Writing

Di questo, in effetti, parla TIDWKOW (santiddio pensavo di averlo abbreviato e invece) che io ovviamente pensavo fosse una raccolta di saggi con un taglio anche (estremamente) personale, un po’ come Too Much and Not the Mood di Durga Chew-Bose o Feel Free di Zadie Smith, che sto ancora leggendo. Invece, mi trovo catapultata in qualcosa che ha molto più il sapore di The Year of the Magical Thinking della Didion. Che, tradotto, in parole povere, significa: ho il mal di pancia e fatico a leggere.

Luca Molinari, Le case che siamo 

La mia tesi magistrale era sulle case che smettono di essere domestiche e familiari. La mia bozza di proposta di dottorato parlava del trasloco perpetuo a cui la mia generazione (leggi: io) è costretta. Tutto quello che ho fatto, in questi ultimi anni, è stato essere senza casa e cercarla dappertutto. Quella di Molinari, invece, è un’analisi più curata e un passare in rassegna meno emotivo di quanto sto per fare nella storia delle mie case. Mentre sono ancora all’inizio, scopro che Molinari si occupa di architettura – e io non ho dubbi che il mio affaire con le case sia colpa di mio padre, architetto che ha sbagliato la casa. Più leggo, più mi accorgo che questo libro e io condividiamo lo stesso linguaggio e se non fosse uscito un anno dopo la mia tesi ne sarebbe stato colonna portante. Ma se lo avessi aspettato sarebbe mancato Fabrizio Frasnedi, e non avrebbe avuto senso.

È come un ritorno alle origini. Kasas nelle lingue indoeuropee significa abitazione, rifugio, ma anche tappeto. L’inizio è stato una casa nomade, un tappeto che separava la polvere e la dura terra dallo spazio coperto e caldo.

Luca Molinari, Le case che siamo

Laura Pugno, In territorio selvaggio

Uno dei migliori libri di quest’anno, non ho paura a dirlo, anche per il suo essere così inaspettato. Come mi ha ricordato la Alderton, si può riconoscere un buon saggio dalla sua capacità di farti venir voglia di scrivere a tua volta almeno tre diverse cose, anche contemporaneamente. Così ha fatto Laura Pugno con In territorio selvaggio, così bene che si merita uno spazio tutto suo. Promesso.

Massimo Recalcati, A libro aperto: Una vita è i suoi libri

Durante BookCity a Milano ero molto triste, ricordo solo questo. E che una domenica mattina ho scoperto per puro caso, all’ultimo secondo, che a dieci minuti da me ci sarebbe stato Recalcati a parlare del suo nuovo libro sui libri. Dato che Il complesso di Telemaco raccontato da lui in una chiesa sconsacrata a Modena nel 2014 è ancora oggi una delle cose più belle che mi sia mai successa, ci sono corsa, ed è stato meraviglioso. Così tanto che appena tornata a casa ho registrato un vocale di ventidue minuti e l’ho mandato a Francesco, che non lo può sentire perché a quanto pare è troppo lungo per un iPhone.

Il libro è molto più complesso – io che non mastico più terminologia e approccio filosofici da anni ho dovuto leggere con molta calma parecchi passaggi – e decisamente meno toccante dell’incontro al Parenti, ma ne sono comunque molto contenta. Di avere una traccia tangibile di quella mattina, prima di tutto, e di avere un libro che è una sfida, che tocca e risveglia parti del cervello e della lingua che non alleno da tanto. Quella mattina mi è servita a ricordarmi chi sono, e tanto basta.

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