Sono affezionata alle case: ne scrivo e ne parlo in continuazione, ma è solo nell’ultimo anno, in cui ho potuto iniziare a manipolare la mia stanza milanese a mio piacimento, che mi sono resa conto di quanto ami anche quello che contengono, gli oggetti che ne danno carattere e raccontano una storia.

Di design mi occupo quotidianamente dal 2017, ma è da molto prima che ne sono circondata: casa dei miei è sempre stata un contenitore eclettico, una raccolta di oggetti donati e acquisiti e della costruzione di un dialogo tra loro, sempre ben distante dall’effetto di una casa museo. Delle tre creazioni di design di seguito, una sola si è salvata intatta da noi figli, perché usata esplicitamente come oggetto di bellezza – e bello lo è davvero. La paglia di Vienna delle Thonet ha subìto i nostri salti e le ginocchia puntate, spesso cedendo e dovendo essere sostituita; nel pieno degli anni Novanta su uno dei due Cumano, usati come comodini accanto al letto dei miei, ho applicato delle piccole gemme di questo tipo per renderlo, a mio avviso, più grazioso. Al momento di rimuoverle, però, si è tolta anche la vernice – e il mio permesso di avere a che fare con questi tavolini fino a un paio di anni fa, quando me ne sono aggiudicata uno in eredità. Non quello rovinato, per mia fortuna.

Un oggetto comune: Michael Thonet, sedia n. 14

Il design nasce da molto prima che siano nati i grandi designer: anche la moka è design, così come lo sono la zip, le mollette per stendere il bucato e i tupperware , ma soprattutto lo è una sedia. Tra tutte, forse la più imitata ed esempio eccellente dell’industrial design è la numero 14 di Michael Thonet.

È il 1859 e l’ebanista Thonet brevetta la sua quattordicesima sedia. Non è un colpo di fortuna: dagli anni Trenta si è specializzato con l’azienda di famiglia nella produzione di mobili in legno, arrivando a creare, nel 1841, un nuovo sistema di curvatura grazie all’utilizzo del vapore. Nonostante sia arrivato a Vienna perché ha attirato le attenzioni del principe Metternich e la simpatia della famiglia imperiale, è nel pubblico borghese che Thonet realizza il proprio trionfo: la sua produzione di sedie conquista in particolare i cafè, i bistrot e i ristoranti dell’impero austro–ungarico.

Dal prezzo contenuto, leggera, smontabile e facile da spedire – e per questi motivi considerata il primo esempio di industrial design, dato che la sua insita e costitutiva semplicità permetteva una produzione seriale a opera anche di personale non specializzato – la n. 14 è composta da soli sei pezzi di legno di faggio massello, dieci viti e due bulloni. Ti sei mai chiest* perché la seduta è stata fatta in paglia di Vienna intrecciata? Proprio perché questa sedia è stata pensata per i bistrot: i liquidi, se rovesciati, potevano passare attraverso i fori senza impregnare la seduta.

Della rivoluzione che stavano compiendo Thonet e i suoi cinque figli non ce ne siamo accorti solo noi posteri: è stato calcolato che, tra l’ingresso sul mercato e gli anni Trenta del Novecento, furono vendute qualcosa come 50 milioni di n. 14 e già nel 1867, quando fu presentata alla prima Expo parigina, si meritò la medaglia d’oro. È un design così moderno da essere un subito classico, un oggetto comune creato per la prima volta, fatto per resistere nel tempo e al tempo stesso.

La reinvenzione di un oggetto comune: Achille Castiglioni, Cumano (Zanotta)

Appassionato e collector di oggetti comuni, Achille Castiglioni li amava per il loro umile funzionamento e la loro immediatezza. C’è un archetipo con cui, a metà degli anni Settanta, vuole confrontarsi: è quello dei tavoli pieghevoli da esterno di fine Ottocento, diventati celebri per il loro utilizzo nei cafè francesi. Un oggetto anonimo, senza firma, che Castiglioni decide di reinterpetare mantenendone intatte le caratteristiche: tre gambe, possibilità di chiusura grazie al ripiano ribaltabile per renderlo facilmente trasportabile e poco ingombrante.

L’obiettivo di Castiglioni è riproporre l’essenza di questo oggetto enfatizzandone i dettagli: nel 1977 presenta così il suo Cumano, firmandolo per Zanotta. La struttura e il piano sono in acciaio, mentre il giunto che fa scorrere la gamba e permettere la chiusura è in materiale autolubrificante, di modo che la vernice non si usuri con l’utilizzo quotidiano; il tavolino può anche essere appeso, grazie alla presenza del foro sul ripiano (al contrario di quello che pensavo io da piccina, convinta che servisse a far passare il filo della lampada da lettura), trasformandolo così anche in un oggetto da esposizione.

Leggero visivamente ma fermo sulle sue gambe, Cumano è discreto e senza tempo, minimal e d’impatto, geometrico e fluido nei movimenti. L’operazione di redesign di Achille Castiglioni è così vincente che Cumano si merita il Compasso d’oro nel 1981.

tavolino-pieghevole-cumano-zanotta-castiglioni

La poesia di un oggetto comune: Aldo Rossi, Il conico (Alessi)

È stato un regalo di nozze, assieme alla più snella Conica che riposa indisturbata accanto a lui, su un vassoio d’argento. Non ho mai pensato che fossero oggetti in potenza, reputandoli sempre come home décor: piccole sculture, esposte sulle imponenti cassettiere in legno di noce massello dei miei – cose da adulti.

Amante degli oggetti domestici, che disegnava e ridisegnava per ore, semplificandone e astraendone le forme e rimanendo così solo con le linee più pure, negli anni Settanta Aldo Rossi viene contattato da Alessandro Mendini, neodirettore dell’Officina Alessi, per partecipare a Tea&Coffee Piazza, un progetto collettivo dedicato al momento del caffè.

Come Castiglioni, anche Aldo Rossi è un architetto, non solo: è un architetto eccellente, il primo italiano a conquistare il premio di settore Pritzker, nel 1990. Il lavoro da designer che compie sulle forme, anche quelle degli oggetti apparentemente più banali, è quindi strutturale e dimensionale. La conica è una piccola torre, un faro, un campanile: il suo nome indica il cono che sovrasta il corpo ma è anche un richiamo alla brevitas dello stile d’ispirazione spartana, essenziale e conciso. Ma è Il conico, il fratello bollitore della caffettiera, che da sempre cattura il mio sguardo: lontano dalle teiere leziose in porcellana, dal giocoso 9093 di Alessi, dai massici bollitori in alluminio delle nonne, Il conico è geometrico, liscio, perfetto. Sembra l’idea platonica del bollitore, è un bollitore da iperuranio.

È indubbio ma la sua presenza nelle composizioni di interni o nature morte conferisce una solidità dell’immagine che avvicina la composizione al paesaggio e particolarmente al paesaggio urbano dove predominano torri, cupole ed edifici diversi.

Aldo Rossi sulla caffettiera e le ispirazioni dietro La conica e Il conico

Se Cumano è così sottile che traccia linee nello spazio più che occuparlo, rimanendo in superficie, Il conico prende spazio, lo invade e lo riflette. L’acciaio inossidabile dà certezza e lucentezza, la precisione degli angoli e la proporzione tra le forme lo rende un oggetto ammirevole e da ammirare.

La semplicità è difficile: è perfezione.

oggetti-di-design
grazie a mamma per le lenzuola e la pazienza

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