Un giorno di novembre in cui volevo provare a fare pace con Bologna*, mi sono trovata al MAST, dove non ero mai stata prima, tra i partecipanti a una visita guidata, cosa che non facevo forse dalle medie, al Museum of Machines di Dayanita Singh, di cui non avevo mai sentito parlare prima. È giusto da allora che ne vorrei scrivere.

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Dayanita Singh è una fotografa indiana atipica – lo è per tantissimi motivi. Prima di tutto, perché è una donna e la fotografia non è esattamente la carriera che in India sarebbe incoraggiata a fare (per approfondire questo aspetto culturale, ho recentemente raccontato il caso analogo di Niki Nakayama). La sua scelta di lavorare soprattutto in bianco e nero è in netto contrasto con la maggior parte della produzione indiana, che tende invece a esaltare i colori, caratteristica culturale forte – tra tutti, il festival Holi. E. come se non bastasse, questa donna fotografa che non usa i colori ha iniziato come reporter e si è (quasi) specializzata in fotografia industriale.

In Museum of Machines, ogni cosa è pensata e si trova dove dovrebbe essere. L’esibizione si sviluppa in modo organico per tutto il MAST,  salendo e scendendo le scale insieme a noi mentre procediamo lungo le stanze nello scandaglio  e degli archivi, seguendo le tracce che Dayanita ha appositamente disposto.
Le fotografie scattate ai macchinari rivelano un’attenzione quasi da etnologa che si muove tra questi esemplari per coglierli nei momenti di riposo, senza figure umane che li giustifichino o spieghino. Mentre vengono catalogati, ci rendiamo conto che, creati per assisterci durante la produzione e facilitarla, in realtà continuano a esistere anche dopo l’orario di lavoro, senza il nostro bisogno o intervento, stranamente quieti, mastodontici e inespressivi.

Ero stata incaricata da «Fortune Magazine» di eseguire un ritratto del proprietario di un’azienda. Lui però non aveva tempo da dedicarmi e in modo un po’ paternalistico, mi mandò a visitare le sue fabbriche. E lì restai sbalordita. […] Ben presto ho cominciato a riconoscere nelle macchine una personalità. Ma a interessarmi non erano solo le macchine delle fabbriche, mi piacevano anche le macchine per la produzione alimentare, i distributori automatici di cibo, insomma, tutto. Non avevo in mente niente di specifico, semplicemente mi sono innamorata di queste macchine. Non importa se producevano birra, daal o acciaio, erano nuovi personaggi che entravano a far parte della mia vita.
Dayanita Singh

MAST-Dayanita-Singh-Museum-of-Industrial-Kitchen-1-ph.-Federica-Casetti
fotografia di Federica Casetti

Ed è proprio alla ricerca di queste personalità che Dayanita sviluppa Chairs e il Museum of Printing Press, dove ritrae macchinari per la stampa e sedie – no, non ho sbagliato a scrivere: l’inquadratura e la disposizione dell’oggetto richiamano intenzionalmente i ritratti che si scattano alle persone. Il paragone è rafforzato dalla cura espositiva, che propone il Museum of Printing Press esattamente di fronte al Museum of Men. Anche questo è composto da fotografie di lavoro, ma questa volta i protagonisti sono persone: gli uomini sono ritratti nei loro negozi o alle loro scrivanie, spesso indossano completi e divise che ci raccontano il loro mestiere. Sono uomini seri: nelle loro espressioni di legge la stessa gravità con cui considerano il loro lavoro.

Al centro dell’esposizione, c’è la scrupolosa confusione del Museum of Files: montagne di cartelline sono sul punto di crollare e pile di documenti e schiere di faldoni e ranghi di librerie si susseguono senza sosta. Qua e là emerge in superficie qualche figura umana (anche femminile!) che continua meticolosa il proprio compito di redazione e catalogazione, con perseveranza quasi stoica in un’impresa titanica – anche solo per le dimensioni e la disparità di risorse.

MAST-Dayanita-Singh-Museum-of-Machines-4-ph.-Federica-Casetti
fotografia di Federica Casetti

Ma cosa sono, questi museum? Si tratta di strutture modulari in legno che possono essere aperte, richiuse, combinate e trasportate, in cui vengono conservate e allo stesso tempo mostrate le fotografie di Dayanita. Le infinite possibilità di esposizione e organizzazione del suo materiale danno un sapore performativo alla mostra, a metà tra la collezione e la scenografia: le ali del museum si aprono come le quinte di un teatro.

Con il tempo, Dayanita ha studiato con il suo editore, Gerhard Steidl, diverse forme fisiche da dare ai propri lavori: una è il museum, l’altra è il libro. Ne è un esempio Museum of Chance, in cui le fotografie selezionate da Dayanita si snodano a fisarmonica – o meglio, a labirinto, la stessa sensazione che ci dava il Museum of Files, in un turbinio di corrispondenze e rimandi che non ci sono del tutto chiari, ma che, sentiamo, ci stanno raccontando qualcosa. La spinta narrativa che la fotografia di Dayanita Singh ha sempre avuto ha trovato lo sbocco naturale nella forma editoriale e fisica del libro, in cui la compresenza degli scatti si sviluppa in parallelo, in modo diverso da quanto accadeva per gli altri museum.

C’è un’unica eccezione al bianco e nero che domina la produzione di Dayanita, ed è il Blue Book. Ci sono molti motivi per cui amo questo errore, a partire dal colore, ma è soprattutto l’idea che un’intensità di questo tipo sia stata raggiunta senza premeditazione o calcolo, semplicemente perché era terminata la pellicola corretta e Dayanita si è trovata sul tetto di una fabbrica al tramonto a scattare fotografie con la pellicola diurna. E ne è uscita, per i miei occhi, poesia.

*la foto qui in alto mi dice che ce l’abbiamo fatta. 

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