Il 28 marzo 1941 Virginia si toglie le scarpe e appoggia sull’erba il bastone, senza il quale non andava da nessuna parte negli ultimi tempi. È in piedi sulla riva del fiume Ouse, vicino alla sua Monk House: si riempie di pietre le tasche del cappotto e si lascia annegare.
A casa, una lettera per il marito, scritta poco prima, una lettera di ringraziamento e d’amore: «Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi».

In mezzo, una vita da scrittrice e da pensatrice e da donna, da moglie da sorella da figlia da amante. Perché le relazioni per lei contano tanto quanto la possibilità di dare parola a quello che sente agitarsi dentro. E lo fa con romanzi, racconti, biografie e saggi critici, ma soprattutto tantissime lettere e tantissimi diari, in cui brilla una mente geniale e delicata, fin troppo cosciente della condizione personale e dei tempi e, allo stesso tempo, ingenuamente spaventata quando le cose s’ingarbugliano e smettono di essere chiare. Sul tavolo Virginia mette sempre tutto: i momenti di depressione e le fotografie per Vogue, le lettere a Picasso e le mani che impastano il pane.
Quello che si apprezza di più della Woolf critica è proprio l’inclusione della propria voce nel discorso: non solo con i riferimenti e le conoscenze personali, ma nella strutturazione stessa della frase e del ragionamento, che segue il ritmo a onde della sua narrativa.

Una stanza tutta per sé è forse il saggio più famoso di Virginia Woolf, scritto in occasione delle conferenze che tenne nei collegi femminili di Cambridge nel 1928. Invitata in qualità di scrittrice per tenere un intervento su donne e romanzo, Virginia inaspettatamente non parla di letteratura ma di spazi domestici e, soprattutto, di soldi. Chissà in quanti, tra le prime file, si saranno chiesti più volte «Ma chi diavolo abbiamo invitato?».

Intellectual freedom depends upon material things. Poetry depends upon intellectual freedom.
Virginia Woolf, A Room of One’s Own

Il discorso di Virginia insiste sui soldi perché, anche se «non garantiscono immediatamente la libertà di pensiero, […] regalano però quel che è essenziale per liberare la nostra mente dall’ostacolo pericoloso del risentimento e della rabbia», quello della dipendenza totale. Ma le donne, si sa, non possiedono soldi che siano davvero loro: passano dalla condizione di figlie a quella di moglie, senza potersi esprimere sulla dote che le accompagna.
Ed è anche molto difficile che possano guadagnare qualcosa con un un lavoro (Virginia sta ovviamente facendo riferimento alla propria condizione sociale e a quella delle scrittrici che l’hanno preceduta), o almeno guadagnare abbastanza da poter affittare una stanza tutta per loro, dove dar spazio a qualche arte, magari a quella della scrittura.

reading Virginia Woolf

In effetti, le grandi scrittrici inglesi che cita nel suo intervento hanno in comune, osserva Virginia, il fatto di non aver mai avuto figli. Come avrebbe fatto Jane Austen a gestire una famiglia e allo stesso tempo scrivere sei romanzi, un racconto completo e due incompiuti, più tutta una serie di frammenti poetici e progetti ancora solo iniziati? Non avrebbe potuto, molto semplicemente.

L’immagine di Jane Austen che scrive un romanzo calibrato e lucido come Orgoglio e Pregiudizio nel salotto di casa, continuamente interrotta dall’ingresso di domestiche, di qualcuno dei suoi sette fratelli e sorelle, di vicini di casa, di invitati, mi fa pensare alla Woman interrupted during BBC interview di Jono&Ben. Eppure, Jane Austen ce l’ha fatta. Anzi, ricorda Virginia, nei suoi diari e lettere spesso rideva e raccontava con entusiasmo del suo dover nascondere i fogli scritti fittamente quando qualcuno entrava in salotto, trattandolo alla stregua di qualcosa di segreto e quasi clandestino. Fa abbastanza impressione a pensarci, no? Il fatto che ci si potesse davvero concentrare senza cuffiette e la playlist Deep focus di Spotify, intendo.

Le stanze sono così diverse; sono tranquille o tempestose; aperte sul mare, oppure sul cortile di un carcere; vi è a volte il bucato appeso, e a volte splendono di opali e sete; sono dure come il crine o soffici come la piuma. […] Sono già milioni di anni che le donne stanno sedute in queste stanze, sicché ormai perfino le pareti sono pervase della loro forza creativa.
Virginia Woolf, A Room of One’s Own

Se la casa è proprietà del pater familias ed espressione e campo del suo dominio, la stanza è lo spazio che la donna si ritaglia («Va’ in camera tua!») e di cui si appropria. La disparità tra gli spazi è evidente — non solo di quelli domestici: lo spazio nella politica, negli scaffali delle biblioteche, nelle cattedre, nelle colonne di un giornale. Eppure le donne sanno scrivere e ne abbiamo numerosi esempi. Se non sono ancora di più in numero e importanza è perché finora non hanno avuto, per esprimersi, la condizione necessaria:  almeno cinquecento sterline l’anno per permettersi una stanza tutta per loro.

Virginia non sottolinea o recrimina agli uomini l’esclusione femminile dalla letteratura — si concentra su quest’aspetto in particolare, visto che alla fin fine l’incontro tratta di donne e romanzo. Il primato maschile, però, non ha permesso alle donne di intervenire nei generi letterari già cristallizzati e osannati dalla tradizione, costruiti su regole a cui sottostare per poter rimanere nel gioco. Per questo, secondo Virginia, le donne (inglesi) si sono espresse al meglio nel romanzo: un genere nuovissimo,  ibrido, che come una spugna assorbe ciò che gli serve e non esclude nulla, per cui non esisteva un linguaggio codificato — ed è per questo che Jane Austen «ride» del linguaggio della tradizione maschile prima di accantonarlo e può usare il proprio e affinarlo opera dopo opera, fino a diventare «l’artista più perfetta tra le donne».
E sarà la Woolf stessa a provare sulla propria pelle la cosa quando deciderà di misurarsi con il genere della biografia, così stabilito dalla tradizione, soprattutto quella edwardiana a cui apparteneva il padre, che era poi un biografo di professione, il padre temibile e ammirato con cui si misura tutta la vita, tanto da rivelare di aver aspettato la sua morte per poter scrivere davvero (cioè To The Lighthouse). E quindi, quando si cimenta e si misura con una biografia ufficiale, Virginia fa ciò che ha fatto Jane Austen: ride e parla di un cane.

Virginia Woolf non propone l’esaltazione del lavoro femminile rispetto a quello maschile: non è mai il suo intento. Lei sa che le donne possono tener testa agli uomini, lo sa perché lei e Vanessa spiccano nel Bloomsbury Group, perché scriverà per i giornali, creerà una casa editrice. Da nessuno di questi momenti, però, è escluso l’uomo: i suoi migliori amici a Bloomsbury sono uomini, ha colleghi con cui confrontarsi e dialogare, dirige la Hogarth Press con Leonard, che è anche l’editor delle sue opere. Virginia crede nella collaborazione:

Poiché c’è dietro la testa un posticino non più grande di una moneta da uno scellino, che non riusciamo mai a vedere da soli. Ed è quello uno dei servizi che il nostro sesso può rendere all’altro sesso: descrivere quel posticino non più grande di uno scellino dietro la testa.
Virginia Woolf, A Room of One’s Own

Collaborazione significa rispetto e valorizzazione: delle idee dell’altro, del suo processo creativo, dei suoi spazi. Virginia è una padrona di casa— di stanza, intendevo, accogliente: nei ritrovi a Bloomsbury, nei pomeriggi alla Monk’s House, nelle gite e nei viaggi, nei suoi diari soprattutto, in cui (inconsapevolmente, certo) ci spalanca una mente «che mette i rami», come mentre scrive Mrs Dalloway.
E le ore passate a letto malata di quella malattia da cui non è guarita, e con cui invece ha scelto di condividere la stanza, con pazienza e con dolore, tutta la vita, non l’hanno mai inaridita.

Si muove in modo mite
Tra le cose della stanza
Adesso che la stanza non è un limite
Alle cose dall’interno.
Marco Giovenale, La casa esposta

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