Vedo per la prima volta questo libro alla bancarella della festa dell’unità di Gambara, dove vado da quando sono nata – forse anche prima. Penso che la copertina è blu, penso che si chiama come un libro di Virginia Woolf, lo prendo in mano, non lo conosco, lo appoggio di nuovo tra gli altri. 
Mesi dopo, entro al Libraccio sui Navigli e, mentre faccio dondolare il sacchetto della forneria e mi muovo svagata attorno, aspettando Elia che invece spulcia ripiano per ripiano, lo vedo lì, proprio ad altezza occhi, a due euro, intoccato. Devo avere lo sguardo luminosissimo mentre pago, perché il ragazzo della libreria mi dice «Lo so, vero? Assurdo».  Comincio a leggerlo qualche giorno dopo. 

Abbiamo solo la nostra storia ed essa non ci appartiene.
José Ortega Y Gasset, epigrafe de Gli anni
Tutte le immagini scompariranno.
incipit de Gli anni

Cominciare dalla fine: cosa sono Gli anni per me

Sono una lettrice disabituata a emozionarmi, quando comincio Gli anni. È un periodo confuso, con me stessa e con la letteratura: mi sono imposta di finire la pila di libri che negli anni ho accumulato e tra i quali non riesco più a distinguere le delusioni dalle false partenze, la semplice mancanza di tempo dal disinteresse.
Mentre leggo Gli anni, ogni tanto mi devo fermare a chiedermi cosa mi spinga a continuare a interessarmi della vita di questa donna francese nata nel 1940. Il più delle volte, però, mi devo fermare per calmare la stretta allo stomaco o la lucidità che si accumula a strati negli occhi, per segnarmi una frase o fare l’orecchia alla pagina (scriverò presto un’ode alle orecchie alle pagine).

Ciò che fa Annie Ernaux, e lo voglio dire subito, è riempirmi dei vuoti. Nella storia, prima di tutto, perché Gli anni sono un po’ gli annali della storia francese (e internazionale) della seconda metà del Novecento, quella parte che a scuola non t’insegnano mai e che hai quasi paura di chiedere ai tuoi genitori, perché lo senti come una presenza ingombrante che aleggia nei loro racconti e nella tua educazione – il Novecento, per niente breve come vogliono fartelo credere. E vuoti personali, perché vedo la vita che non ho vissuto e che ho, più o meno deliberatamente, sabotato: la donna che studia lettere, che legge i romanzi di altre donne come la Woolf (sento lo stomaco pieno di farfalle quando leggo le parole «Gita al faro») o la de Beauvoir, che diventa professoressa, che diventa borghese, che diventa moglie e madre e amante, tutto in sequenza, come dovrebbe essere.

Annie Ernaux crea, con Gli anni, il racconto del passato che non mi è mai stato fatto e che ho mai avuto.

È come se la fase dell’invenzione venisse sostituita dalla riconquista del reale che è stato.
Annie Ernaux intervistata da Marco Missiroli

Ma quali sono, questi anni?

Gli anni registrati sono quelli che vanno dal 1941 al 2006 – una vita, davvero. Quella della Ernaux, certamente, ma quella di tutti, anche. Spesso c’è una terza persona singolare, nel libro, «una donna» o «la donna», che per un attimo soggettivizza le immagini, ma più spesso è l’elenco dei fatti, delle sequenze, degli accadimenti, registrati e ripercorsi. Il dopoguerra, i canti patriottici, Stalin, James Dean, i primi frigoriferi, Mitterrand, l’Algeria, Freddie Mercury, Zara, la Cecenia, Zidane – è tutto successo davvero. 

Ma anche l’educazione sessuale, la maturità liceale, i concorsi pubblici, i traslochi, gli amanti, i viaggi. Un noi corale che parte dall’infanzia e invecchia, si allarga e respira e include una generazione che andava avanti e improvvisamente stagnava, inondata di scoperte e di ricadute, che si è creduta protagonista e poi si è arresa a essere spettatrice. Quella in cui pochi anni dopo sarebbero incappati mio padre e mia madre e le loro sorelle e i loro amici e che avrebbero trascinato avanti con sé a tentoni, convinti di poter immaginare qualsiasi futuro volessero. E lo volevo, lo volevano ardentemente – perché ancora potevano ricordarsi com’era stato il passato.

«Noi che avevamo abortito nelle cucine, che avevamo divorziato, che avevamo creduto che i nostri sforzi per liberarci sarebbero serviti ad altre, noi provavamo una grande stanchezza. Non sapevamo più se la rivoluzione delle donne ci fosse stata davvero.» (p. 190)

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La differenza è questa: io scrivo per cercare di dare esistenza a ciò che andrebbe perso. Non è solo un’opposizione contro l’oblio o la morte, è piuttosto un modo di domare il tempo.
Annie Ernaux intervistata da Marco Missiroli

I modelli (che vuol dire anche: il fil rouge che ho seguito io e i consigli di lettura per il dopo)

Mentre cominciavo a pensare a Gli anni, mi è venuta in mente la parola «archivio». E, subito dopo, «annali»: quelli romani (intendo latini), sui quali si registravano tutti gli avvenimenti accaduti anno per anno che riguardavano l’Urbe, dalle elezioni politiche alle catastrofi naturali. E, sempre sulla scia del classicismo (e dei classici francesi) ho pensato anche a Le memorie di Adriano della Yourcenar, perché è forse (quello che sto per scrivere è da prendere con le pinze, mi sa che mi sono fatta prendere dall’entusiasmo – i collegamenti sono la mia cosa preferita) il proseguimento ideale della sensibilità dell’Eneide, nel suo essere un poema epico che racconta la storia di un popolo e allo stesso tempo include prepotentemente l’umanità dell’uomo come vera protagonista. Una cosa che mi sembra accada anche ne Gli anni.

E poi c’è dentro tutto l’imborghesimento francese che ormai immagino stereotipato perché già letto nel suo ritratto–capolavoro che è Le cose di Perec e che sento così forte nel mio dna, perché penso a mio padre comunista che fa il corso di vela e va a cavallo e non vuole che mia madre lavori.

Però (è arrivato il momento di citarlo, questo modello) Gli anni della Ernaux è esageratamente più bello de Gli anni di Virginia Woolf – lo so, ultimamente non andiamo d’accordo. Ma di questo romanzo parliamo un’altra volta.

E certa leggerezza nel dire il sesso mi ricorda Sulla felicità a oltranza di Ugo Cornia e come entrambi possano anche essere dei romanzi di formazione (anche romantica e sessuale) mancati, esattamente come Le cose – e il loro meraviglioso genitore francese che è L’educazione sentimentale.

Insomma, qui dentro c’è la perdita di epicità* della storia – anche nel suo racconto letterario.

(Sapevo che da qualche parte sarei arrivata, con queste riflessioni. Il romanzo, il genere letterario borghese per eccellenza, che si contrappone all’*epica, che è aristocrazia anche d’animo. E l’affanno delle persone che diventano sempre più piccole e insignificanti nel capire cosa sta accadendo, nel muoversi in questa storia che non sembra più Storia, che si può guardare solo di traverso, solo a ritroso.)

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Sento che c’è una sola parola adatta, sento che quella parola deve essere trovata e usata per quel concetto.
Annie Ernaux intervistata da Marco Missiroli

La parola – davvero quella

«Scrivi solo ciò che sai» è il mantra che si è ripetuta la Ernaux per ogni suo libro, di cui l’autobiografia è le fondamenta e la chiave di volta. Perché ecco dove, forse, sta il punto di tutto: Gli anni è, rispetto a tutte queste altre letture, rispetto a questi modelli presunti, vero. Vorrei insistere ancora su questa parola, «vero», perché per me la letteratura non è mai (stata) vera – ed è proprio per questo che l’ho da sempre amata.

Per esempio, ho amato i Diari di Virginia Woolf e Sulla felicità a oltranza perché sapevo e sentivo che si trattava di storie vere di persone vere, ma – ecco, forse l’ho detto proprio bene: sentivo che si trattava di storie, che erano raccontate. Gli anni sono forse più historiae, sono fatti scorrere, sono srotolati come un papiro, sono rovesciati a terra come una scatola di fotografie e cartoline – fintanto che lo possiamo ancora fare. E, ed è qui che c’è la magia signore e signori, la parola della Ernaux che racconta la realtà diventa importante letterariamente come la parola della Woolf, perché entrambe vogliono essere parole rivelatrici. Anche la Woolf cercava la parola adatta a dire la cosa («the thing», proprio testualmente) che sta dietro alla realtà, come quella della Ernaux cerca di dirla così com’è, questa realtà – queste parole hanno la stessa identica valenza poetica: quella dello squarcio, dell’afferramento.

«Un silenzio che un giorno si rompe, d’un tratto o poco a poco, e delle parole cominciano a sgorgare sulle cose, finalmente riconosciute, mentre al di sopra si vanno formando altri silenzi.» (p. 109)

Le volte che ho sentito davvero battere il cuore (non è un modo per abbellire la cosa: penso di soffrire di tachicardia, soprattutto quando mi emoziono o mi agito – quindi praticamente ogni momento. Da piccola a volte mi sdraiavo a terra e trattenevo il respiro sperando che il cuore rallentasse, perché avevo paura che a furia di battiti si sarebbe consumato troppo in fretta e sarei morta prima. Comunque) le volte che ho sentito davvero battere il cuore, dicevo, in letteratura, penso di poterle contare sulle dita di una mano, con un bel po’ di spazio libero in mezzo. La prima, con Cent’anni di solitudine: il ritmo. La seconda, con Cime tempestose: l’amore muore. La terza, con Virginia Woolf: la parola che brilla. La quarta, penso sia questa: una vita (singola, collettiva, nazionale, storica) che non ho vissuto e che sento così aderente, così incredibilmente vera.

Eppure, la scrittura di Annie Ernaux non è per niente aderente: è grazie alla distanza che riesce a prendere parola, anche su se stessa. Come Virginia Woolf, che riesce a scrivere del padre e della madre solo dopo la loro morte, così fa anche Annie Ernaux – e scrive tantissimi libri (che a questo punto vogliamo tutti leggere). È il potere della sedimentazione, della distanza, dell’allontanamento: i suoi libri nascono nell’attesa.  Così lei può essere «la donna», non deridersi e non compatirsi mentre racconta i flirt o l’invecchiare, il vezzo del rossetto o i discorsi politici. Non compatisce e non deride la Francia, i suoi colleghi, i capi di stato. Racconta ma non inventa: quello che fa lei è re-contare gli anni.

È un punto che mi sta a cuore, questo, perché non ho ancora deciso se è più vera la vita che accade o quella che ci ricordiamo. Annie Ernaux riesce a dirmi che non solo lo sono entrambe, ma che sono la stessa cosa. È un altro tipo di aderenza, che non ha bisogno di spiegazioni – forse è per questo che si fa sentire come vera.

Marco Missiroli: Cosa deve fare la letteratura, Ernaux?
Annie Ernaux: Sbarazzarci delle ombre.

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L’intervista con Missiroli è uscita sul Corriere della Sera il 17 aprile 2016. Da questa stessa intervista è tratta anche l’immagine in evidenza, i fogli manoscritti di Mémoire de Fille, che esce oggi per L’Orma editore come Memoria di ragazza.
Le citazioni dal libro fanno riferimento all’edizione de
Gli anni, Annie Ernaux, traduzione di Lorenzo Flabbi, L’Orma editore 2015. 

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