A Milano fa intensamente caldo, ormai da settimane. Sulla riviera romagnola non vado in vacanza da quando ero molto piccola, infatti Romagna mia Romagna in fiore era una delle poche canzoni che sapevo ancor prima di iniziare la materna. Tra Milano e Gatteo Mare, c’è una terra che è quella dove sono nata e cresciuta: su quest’asse mi sono spostata, su e giù, con costanza, e Luigi Ghirri l’ha fotografata.

Luigi Ghirri. Il paesaggio dell’architettura
dal 25 maggio al 9 settembre 2018
Palazzo della Triennale
Viale Alemagna, 6 – Milano

La fotografia di Luigi Ghirri

Due cose mancavano alla fotografia italiana degli anni Settanta: il colore e la topografia. Luigi Ghirri si inserisce con grazia in questo spazio occupabile e lo rende l’arena in cui allenare il proprio occhio fotografico. È tutto, però, meno che un lavoro autoriferito: gli incontri e le contaminazioni con campi paralleli – il cinema, la musica, l’architettura, l’arte concettuale – e i puntuali riferimenti alle trasformazioni sociali e industriali (e alla relazione tra queste, soprattutto) sue contemporanee creano un percorso per immagini che si svolge – come un filo, come un fiume – nello spazio e nel tempo: un atlante ragionato collettivo, una memoria sempre attuale.

Rome, 1979, from the series Diaframma
Luigi Ghirri, Roma, 1979

Ed è quello per cui è famoso Luigi Ghirri, questa strana sensazione di quiete e di sospensione nonostante l’evidenza storica e geografica. di momento ritagliato dal tempo e nello spazio pur rimanendo perfettamente inquadrato. Non c’è nulla di nascosto, tutto è evidente: lo sguardo che ha un che di documentaristico mette in prospettiva e, allo stesso tempo, fa un passo indietro, non commenta e non circoscrive, ma presenta. Luigi Ghirri ti offre quello che fotografa.

Architettura del paesaggio

L’architettura non contiene solamente: è la scusa antropologica per mostrare il passaggio dell’uomo dopo che, nella maggior parte dei casi, l’uomo è in effetti passato. A volte, è uscito dall’inquadratura e si è messo in disparte, anche se solo per un attimo: vediamo la sua presenza fisica e intuiamo i contorni dell’ombra che questa continua a proiettare. Altre, è l’impatto che ha il suo abbandonare la scena, volontariamente o per cause e forze maggiori, in tempi lontani o vicini, a essere rappresentato. In ogni caso, la traccia materiale – il segnetto! – che viene lasciata e rimane ha una giustificazione, un significato che si può interrogare.

Per questo le figure umane di Ghirri, quando presenti, sono spesso di spalle o con il volto in ombra, marginali e accessorie anche quando occupano il centro dell’inquadratura: stratagemmi consapevoli e architettati che le sottraggono all’identificazione e alla possibilità di essere interrogate. Sono immerse quanto te, sono presenti e contemporanee al fatto quanto te e mancano perciò di prospettiva che  non sia quella del loro stesso sguardo: è quello che devi seguire. Osserva l’osservatore per «scardinare una percezione strutturata di opere e luoghi attraverso la cornice, la teca, il piedistallo e l’architettura»¹.

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Luigi Ghirri + Aldo Rossi, dalla serie Cose che sono solo se stesse

La mostra alla Triennale di Milano è dedicata al paesaggio dell’architettura, ma credo che sia altrettanto importante, in Ghirri, l’architettura del paesaggio: è il paesaggio in costruzione o quello costruito, con il suo intreccio incerto di natura, storia e industria a interessare l’occhio di Luigi Ghirri, a spingerlo a chiedersi «Cos’è questo, a cosa serve questo stabilimento balneare nel cuore dell’inverno, a cosa servono gli Uffizi quando è notte». Forse, ancor di più, a interessarlo è la costruzione di un paesaggio italiano.

Topografia sentimentale

Il paesaggio italiano che racconta Ghirri è anomalo nella sua distensione e nella sua apparente mancanza di caratterizzazione. Ma è il luogo industrioso, prima che industriale, in cui la traccia umana nasce direttamente con e sulla terra e a questa è diretta. È il paesaggio discreto e per lo più trascurato dalle guide, dal turismo e dall’iconografia nazionale ma che è ogni giorno abitato, oppure dimenticato non appena termina la stagione balneare e quindi che improvvisamente si sospende, si spegne, adotta uno strano letargo naturale nella sua artificiosità e rimane in attesa.

È il paesaggio che è più difficile interrogare, in questa sua funzionalità esasperata e allo stesso tempo familiare. Lo so perché ho detto ai miei, in risposta al loro rumore bianco quando ho fatto il nome di Ghirri, «Appena lo vedrete lo riconoscerete».

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Luigi Ghirri, Campagna presso Melfi, 1984

Il verbo greco (speriamo funzioni, non faccio greco da più di dieci anni) che significa «io so» è οἶδα, che è il passato di «io vedo»: so e conosco perché ho visto – e imparato, e posso riconoscere. La conoscenza viene dal vedere e Luigi Ghirri è riconoscere qualcosa che non sapevi di conoscere, perché quello stesso paesaggio fotografato lo abiti ogni giorno e lo vedi da una vita. «Sembra dietro casa», invece è vicino Potenza ho detto io. «Sembra la Canova di Gambara» che è in provincia di Brescia e dove andiamo tutte le estati da sempre alla feste dell’Unità,  invece è Formigine vicino a Modena ho svelato io.

È «il nostro paesaggio impossibile»² quello che Ghirri procede a rappresentare per ritratti, per cartoline e per momenti, perché è lì ma non è davvero lì (geograficamente parlando), perché riesce a svincolarlo dal tempo e dal suo passaggio – per cui può essere Fidenza negli anni Ottanta oppure l’altro ieri quando ho di nuovo perso la coincidenza dei treni e in quell’oratorio di San Giovanni in Persiceto ci siamo stati tutti, anche se vent’anni prima o dopo e soprattutto in un paesino che aveva un nome completamente diverso.

E, infine, perché il punto di vista ribassato e affettuoso a cui Ghirri continua a ricondurci – quando gli veniva chiesto di spiegare cosa fosse per lui la fotografia, di solito citava Giordano Bruno: «Le immagini sono enigmi che si risolvono con il cuore» –aumenta il senso di condivisione e di riconoscimento (la parola chiave, infatti, non è impossibile, ma nostro): la creazione e la costruzione di un paesaggio italiano. Un’azione né attiva né passiva, ma partecipativa, una sorta di scoperta collettiva di quello che già c’è, una catalogazione innamorata che funziona grazie alla fotografia, intesa finalmente come «un linguaggio per vedere e non per trasformare»³ (ricordi οἶδα?).

Noi fotografi ci siamo messi in rapporto con il “luogo” in cui vivono gli italiani né in maniera apologetica né in maniera critica. Abbiamo cercato piuttosto dei nodi dialettici, diverse strade e stratificazioni, per avviare un processo di conoscenza, non abbiamo dato nulla per scontato e non abbiamo dato identità precostituite e totalizzanti.
Luigi Ghirri, da Doppiozero, Conversazione con Luigi Ghirri: fotografare l’Italia di Marco Belpoliti

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Luigi Ghirri, San Giovanni in Persiceto, 1991-92

*

Tutte le immagini qui riprodotte appartengono agli eredi di Luigi Ghirri,
a cui vanno tutti i diritti. 

¹ Chiara Bertola, da Left,  Il profilo delle nuvole di Simona Maggiorelli
² Luigi Ghirri, 1989 dal catalogo della mostra Paesaggi di Luigi Ghirri e Mario Giacomelli
³ da Topipittori, Pensare per immagini 24/06/2013

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