A questo giro, gli autori maschili superano abbondantemente quelli femminili, vanificando il bilancio in positivo del primo book edit dell’anno e i buoni propositi di lettura di questo 2018. Su undici libri letti, tre sono di donne e otto di uomini – però se non altro la quota di italiani è in netta risalita: da due autori siamo (io e chi?) arrivati a otto.

Questo perché si sono infilati nella lista molti libri del gruppo di lettura, il nostro tentativo collettivo di scoprire come stia la narrativa italiana degli ultimi anni, libri che verranno segnalati con un grazioso asterisco perché si meritano un ragionamento più ampio e approfondito. E al momento demandato.

Giovanni Arpino, Gli anni del giudizio

Comprato al mercatino che ogni tanto appare accanto al Museo del 900 a Milano (ancora non ho capito come funzioni, ma quando decide di comparire e io decido di inciamparci ne devo approfittare) perché a) è in una bella edizione Einaudi con la copertina tutta rossa e b) perché non ricordo mai se Giovanni mi abbia consigliato di leggere Arpino o Arbasino, quindi nel dubbio meglio portarsi avanti.

È un periodo fondante, quello che viene raccontato ne Gli anni del giudizio, per la mia cultura familiare e per la mia coscienza politica. Tu dirai, ma che c’entri tu e che c’entrano i tuoi coetanei con le elezioni politiche di un paesino del torinese all’inizio degli anni Cinquanta? Tutto: per esempio il fatto che mio padre era appena nato.

Ascanio Celestini, Lotta di classe

Questo libro mi piace il doppio, perché è stato un non–avevo–capito–fosse–un regalo di Adriano e perché è bellissimo. Non mi aspettavo che quattro voci potessero distinguersi e incastrarsi così bene, ma succede in questa Lotta di classe che non è quindi corale, ma estremamente personale.

La narrazione di Celestini risente del teatro, perché niente che è detto o pensato è davvero accessorio ed è tutto pronunciato. Se ti piacciono le parentesi e le divagazioni e le storie che portano a altre storie ma non è detto che ci sia conseguenza, solo coesistenza pacifica e insensata (hei, la vita!) quanto piacciono a me, leggilo leggilo leggilo.

Teresa Ciabatti, La più amata

Con Teresa Ciabatti ho un rapporto strano – un po’ perché non ce l’ho.
Per tanto tempo ho pensato fosse un alias, perché vedevo una Terry Ciabatti commentare foto e post di Tommaso Pincio, perciò mi ero creata l’idea di questo gruppo di intellettuali italiani che rimanevano nascosti sotto pseudonimi e ci prendevano tutti in giro. Beh invece Teresa Ciabatti esiste ed esiste in modo forte, come voce nella narrativa e come figurante nella storia italiana.

Perciò, se a volte è stato difficile capire questa voce protagonista e questa Teresa che s’ingrandisce, è perché non c’è nessuna pretesa o richiesta che tu, lettore, lo faccia: è la storia della Ciabatti. La più amata è un documento, non importa se non risulti ufficiale nei modi, non c’interessa (non ci deve interessare!) se soggettivo ai limiti dell’estremo: è una testimonianza ed è il testimone ad avere in mano se stesso.

Piero Citati, Vita breve di Katherine Mansfield

La Mansfield è una di quelle scrittrici che tutti ti dicono «dovresti proprio leggerla, Franci». E per tutti intendo chiunque faccia parte del mondo accademico o mi abbia conosciuta durante gli anni dell’università. Come ogni tanto mi succede, però, mi avvicino sempre di sbieco e trasversalmente e con ampissimi anni di ritardo.

Così è successo che mi sono trovata a leggere una mini biografia sulla Mansfield, però Citati è così bravo che, mentre lo stai ancora leggendo, già ti vien ansia perché sai che, essendo una biografia, è un racconto che finisce, ma che finisce per davvero, ma tu non vuoi, perché più vai avanti e ti metti in sintonia con la mente di Katherine e più ti capita di volerne ancora e ancora, di questa vita, e poi ti capita di dire «questo librino è davvero troppo corto» e vorresti allungarle la vita all’infinito. Oh – è quello che fa la letteratura.

Stefano Colangelo, Break notes 2008-2016

Non ho mai amato davvero la poesia prima di conoscere Stefano Colangelo. Alla sua prima lezione di Metrica e teoria del verso contemporaneo mi sono presentata da non iscritta, da passante, da non-conoscente, e due ore dopo ho cambiato il mio piano di studi e mi è cambiato il modo di sentire la poesia. Perché è diventata anche una questione di udito e di vista, di logica e di saper tenere il conto. Di tenere da conto.

E in un pomeriggio di metà luglio a Bologna, dopo un anno che non vedevo una persona a cui dovevo dire una cosa da sei anni, sono capitata da Modo Infoshop dopo quella che sembrava una vita e mezza, dove ho trovato un paio di libri (uno è raccontato qui avanti, pensa tu) e poi Break notes appoggiato sul bancone prima di uscire – o appena si è entrati, a seconda dei punti di vista e di cammino – che se non avessi abbassato lo sguardo o fossi stata presbite invece che miope me lo sarei totalmente perso. Invece per fortuna no. Tra l’altro, proprio da Modo Infoshop avevo sentito Stefano Colangelo parlare con Elisa Biagini ed era stato come sentirsi a casa con le ferite aperte.

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Stefano Colangelo, Break Notes 2008-2016 (su un treno di luglio, dopo aver aperto il cuore)

Nicola H. Cosentino, Vita e morte delle aragoste *

Un altro libro del gruppo di lettura e un buon rappresentante dei libri medi italiani in circolazione ora, perché ha con loro in comune questo, che mi sta creando non poca insofferenza: la voce maschile è totalizzante e accentrante, tanto che l’entrata in scena dei personaggi femminili è funzionale all’avere un rapporto sessuale con loro. Ma di questo magari ne parliamo quando raccolgo tutti questi asterischi in un unico ragionamento filato.

Per la prima volta, però, comincia a emergere un qualcosa che ti rimane anche dopo aver chiuso il libro, che è: a volte viviamo guardando gli altri, accarezzandone solo la superficie – e poi le cose finiscono. Che è vero, no? È un libro ben fatto, Vita e morte delle aragoste. Il che non lo rende automaticamente un libro bello, ma lascia almeno, dopo la lettura, soddisfatti. È una cosa positiva?

Jaroslav Hašek, Compagno Hašek, comandante della città di Bugul’mà

Se è famoso l’humor britannico, quello ceco dovrebbe essere altrettanto celebrato nel mondo. Forse è la missione a cui mi devo destinare e devo smetterla di indugiare. Questo librino palmare viene sempre da Modo Infoshop ed è una lettura di quelle che ti lascia con le risate a denti stretti della Settimana Enigmistica fisse sul volto dall’inizio alla fine ed è impossibile non pensare che sia geniale. Perché lo è. Senza contare che Hašek è lo scrittore preferito di mio padre, che cita Il buon soldato Sc’vèik con la stessa frequenza con cui io parlo di cibo (ovvero: di continuo, con gusto e soprattutto a tavola).

Laura Pariani, Di ferro e d’acciaio *

In una recensione di Goodreads, Di ferro e d’acciaio è stato definito «criptocattolico». Non avrei potuto dire di meglio, e infatti non lo farò.

Alessandro Sesto, L’occupazione *

Forse il mio preferito, finora, del gruppo di lettura? Perché succede la mia cosa preferita in assoluto, in letteratura: non succede niente. O forse è successo tutto, ma non è importante: quello che importa davvero è come si reagisce alle cose, che accadano o meno. E Sesto è bravissimo nel dire attorno alle cose.

bonus: drinking game! uno shot ogni volta che ho detto cosa/cose, ogni volta che ho fatto ripetizioni. enjoy!

R. L. Stevenson, L’isola del tesoro

Un regalo di Giovanni, che è anche quello che ha scelto L’occupazione per il gruppo di lettura quindi bravò per due volte. Ora so da dove viene la famosa frase «Pezzi da otto! Pezzi da otto!» e la figura dell’infingardo–ma–in–fondo–forse–no Long John Silver. Insomma, un po’ la bibbia di qualsiasi letteratura corsara venuta poi, un po’ i Beatles del pop, il Friends delle sit-com. Credo, non ho mai letto o ascoltato o visto nessuno dei tre. Ops.

Hanya Yanagihara, A Little Life

Io di questo libro una sola cosa voglio sapere: come fa una donna di quarantaquattro anni a essere così perfettamente quattro uomini di età diverse in modo così coerente. Immagino che la risposta sia: perché è una narratrice. E allora ok, bisogna solo dire «è vero, è proprio vero», perché lo è.

Quello che capita ai quattro protagonisti di A Little Life è preciso e dettagliato in un modo impietoso – che è quello dei veri narratori. Non c’è indulgenza nelle scene più crude e desolanti: c’è scrupolosità, c’è volontà di essere diretti e di mettere da parte tutto quello che non è successo davvero. Ed è questo a rendere tremenda e attanagliante la lettura: non senti la finzione. Continui, sapendo di farti male, perché quello che succede ha bisogno di un testimone e di un confidente, perché senti di far parte di una storia che deve essere raccontata e che non poteva che finire così.

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