Gabriel García Márquez, Dodici racconti raminghi

A febbraio mi sono immersa in un recupero del Márquez minore, soprattutto quello dei racconti. Questo è il libro che mi ha traghettato da un mese all’altro — purtroppo, però, non mi è piaciuto quanto i precedenti.
Dodici racconti, uno per ognuna delle città che Márquez ha toccato nei suoi viaggi, confondono l’invenzione con i ricordi, lasciando il mio desiderio di realismo magico insoddisfatto. Mi ha infatti ricordato molto Bestiario di Cortazar, che pure mi era piaciuto tantissimo, ma con molte meno sorprese. Ecco, mi è mancato il fascino con cui la scrittura di Márquez ti prende e ti porta da un’altra parte e ti fa credere a tutto. Di solito, almeno.

Il mercoledì, in cui non accadde altro che il vento, fu la giornata più lunga della mia vita.
GGM, Tramontana, da Dodici racconti Raminghi

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Emilio Salgari, Le tigri di Mompracem

Due estati fa, mentre scrivevo la tesi e non avevo un piano a né b né c riguardo il mio futuro, senza troppe sorprese la mia insonnia si è aggravata. Ho messo mano a Guerra e Pace e poi Anna Karenina e ho riscoperto il piacere della lettura da sdraiati — principalmente come induzione al sonno. Sono schizzinosa con i libri che mi porto a letto: devono essere classici nello svolgersi della trama e abbastanza lontani da quello che solitamente leggerei. Non perché siano noiosi (giuro) ma perché riesco a non sentirmi troppo coinvolta, scivolando senza problemi dalla lettura al dormiveglia al sonno profondissimo — a volte anche ben prima di aver finito la pagina.
A questo giro (in cui ho iniziato un nuovo lavoro) avevo bisogno di rassicurazioni e ho ingenuamente pensato che il Sandokan che vedevo da bambina sulla Rai fosse vagamente fedele al suo libro. Ebbene: Sandokan è barbuto e spietato (ma giusto) e Marianna ha tipo sedici anni ed è piccola e magra (ma con le tettone). Ogni tre per due c’è un assalto che decima il seguito di Sandokan ma alla fine va sempre tutto bene. Ci ho messo due settimane a finire 300 pagine scritte abbastanza grandi e farcite di (non sempre) velato razzismo e colonialismo. Detto questo, ora ovviamente voglio leggere tutta la saga. SPOILER: secondo me il baronetto non è davvero morto.

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Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte

Questo lavoro nuovo mi porta ogni giorno a Milano (anche se devo ancora impratichirmi nella lettura sul treno e sul tram) e, visto che di questa città sembra non possa farne a meno ora come ora, spesso ci rimango anche il weekend. In uno di questi sono finita a BookPride allo spazioBASE, in teoria per salutare un amico, in pratica per andare allo stand delle sarte utopiche, fare molti sorrisi e portare a casa con me l’ultima raccolta di Manuela Dago.

ho poca fantasia ma tante fantasie
che non aiutano a stare meglio

C’è dentro tutto quello che mi piace della poesia: il tono contemporaneamente scanzonato e serio, che guarda sopra le cose e allo stesso tempo le abbraccia (che mi ha fatta per esempio innamorare di Patrizia Cavalli), il corpo che assomiglia a e dialoga con le cose che gli stanno attorno (e penso alla Biagini), e soprattutto proprio queste cose piccole di ogni giorno  — che è tutto quello che abbiamo e tutto quello di cui sappiamo parlare e tutto quello di cui importa parlare, in definitiva.

la poesia funziona più o meno così
ci sono due persone
una si tira fuori le budella
e le stende ben bene sul ripiano
l’altro ci infila in mezzo la mano

Mi piace la protagonista di queste poesie: è stanca, ha bisogno d’amore, ha dubbi e certezze che non si escludono, si veste benissimo (come in 13 luglio — io li compio l’11, per dire) e osserva quello che ha attorno mentre viaggia sul treno. Era tanto (intendo, un buon anno intero) che non leggevo una poesia e dicevo «ecco» e ne volevo subito leggere altre e altre ancora.

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Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé

Ho qualcosa come quattordici libri di/su Virginia Woolf, due tatuaggi, una tesi (ma non quella di cui parlo qui sopra) e molte persone convertite, ma ancora non avevo mai davvero parlato di Una stanza tutta per sé. Ho pensato di scriverne in occasione del 28 marzo, quindi ho ripreso in mano il libro e l’ho riletto (sul treno e in tram, ce l’ho fatta!). Il risultato è un racconto sull’importanza degli spazi indipendenti.

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