Un anno fa a metà luglio ho detto alla persona di cui ero innamorata da sei anni che ero innamorata da sei anni. La persona mi ha detto che anche lei lo era, gli ho regalato un piatto e una lettera, ho trovato un libro di poesie bellissimo e poi non è successo niente.

Qualche mese fa la psicologa mi ha chiesto da dove derivi, secondo me, l’approccio che ho all’amore, che è diverso da quello che alle mie relazioni amorose, e io ho risposto sicura: dai libri. E le ho parlato di questi tre romanzi d’amore che non sono d’amore.

Emily Brontë, Cime Tempestose

Come tutti i migliori libri, l’ho letto per sbaglio: una copertina innocua, in omaggio con una rivista generica, durante una lunga estate di vacanze in famiglia. Forse è stato il mio primo libro adulto, il primo che, senza un intervento esplicito e costante dell’autore, ha iniziato a farmi ragionare su quanto stavo leggendo e non lasciarmi a me stessa in uno stato di passiva immaginazione, pretendendo invece che m’indignassi e soffrissi, che mi chiedessi perché sta andando così.

È stato il primo romanzo che mi abbia messo davanti la disillusione che comporta la realtà, anche quella romanzesca. Fino ad allora, i libri per me erano consolatori e di rifugio, soddisfacevano il mio bisogno di ordine nel mondo, di sapere che le cose si realizzano nonostante il dolore e il distacco e le rinunce (ma non si può crescere diversamente se a due-tre anni ti leggono Zanna Bianca e La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare). Questo romanzo è stato cardinale – perché ha fatto ruotare la letteratura sui suoi cardini saldi: nonostante il dolore e il distacco e le rinunce, le cose non si realizzano. Mi ha sconvolta: com’è possibile che due persone destinate a stare insieme non riescano a concretizzare il loro amore? Soprattutto se sono i protagonisti di un racconto che, mi insegnava la narrativa, deve svolgersi in un certo modo? Com’è possibile che un autore sia così crudele nei confronti dei propri personaggi (che ingenua, ancora dovevo leggere La storia di Elsa Morante)? Come si permetteva, la Brontë, di non darmi l’amore che questo libro doveva garantirmi?

Cime tempestose dice, pagina dopo pagina, che no: l’amore non è abbastanza. Che l’amore non funziona. Che l’amore è fatto di tempismo. Quante volte in lacrime la me tredicenne ha chiesto alle pagine perché diavolo Heathcliff non si fosse fermato qualche secondo in più, anche per una cosa fuoriluogo e banale come allacciarsi una scarpa, e non avesse finito di ascoltare il discorso di Catherine, ché tutto il resto della loro vita sarebbe stato bellissimo (forse, ovviamente). Ma proprio i lacrimoni a fiotti, di fronte al tradimento della letteratura, allo sgambetto senza scrupoli che mi stava facendo provandomi, per la prima volta nella vita, che, per quanto puoi desiderare con tutto te stesso che qualcosa sia accaduto diversamente, a volte non puoi farci proprio niente. Anche quando si tratta di letteratura. Anche quando è L’Amore della Tua Vita.

Best quote:

He’s more myself than I am. Whatever our souls are made of, his and mine are the same. 

Emily Brontë

Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera

Per Márquez provo un amore letterario immenso, soprattutto grazie al suo traduttore per eccellenza, Enrico Cicogna, che ha una storia bellissima: non ce l’ha.

Ne L’amore ai tempi del colera, l’amore è paziente. Aspetta tutta la vita, ma tutta la vita per davvero: cinquantatré anni, sette mesi, undici giorni notti comprese. Mica come altri. Nel frattempo succedono cose e matrimoni e figli e dolori, ma l’amore continua, sicuro, inattaccabile, parallelo alla quotidianità ma da questo non intaccato, tanto che dopo una vita intera Florentino e Fermina si trovano e ce la fanno davvero, ad amarsi. Perché è così che deve essere: puoi provare anche a remare contro, a costruirti tutta una vita, a negare e negare e negare, ma l’amore ti trova anche quando sei girato dall’altra parte.

Una cosa bellissima, però, è che in mezzo all’Amore della Tua Vita ci sono amori non meno veri, che permettono a quell’Amore di realizzarsi in tante sfumature che altrimenti non sarebbero esistite – proprio come in Cime tempestose, ma senza la rabbia e il risentimento. Come quello di Fermina per Juvenal Urbino, un amore coniugale di quelli all’antica, che si comprendono davvero solo troppo tardi («Si fermava a metà di qualsiasi cosa stesse facendo e si dava un colpo con la mano sulla fronte, perché all’improvviso ricordava qualcosa che aveva dimenticato di dirgli»), o quello di Florentino e Leona, inesistente e mancato per sempre («Fu sempre sul tram a mule che Florentino Ariza conobbe Leona Cassiani, la vera donna della sua vita, anche se né lui né lei lo seppero mai, né fecero mai l’amore»). Ed è tutto okay, perché «il cuore ha più stanze di un casino». E perché alla fine l’amore–che–doveva–essere arriva.

Best quote:

The only regret I will have in dying is if it is not for love.

Gabriel García Márquez

Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno

Come mi ha fatto sentire questo libro è qualcosa che non si può ridire. Ci sono cascata, di nuovo, nell’imbroglio che una storia d’amore rimandata di continuo potesse realizzarsi per bene – è colpa di Márquez, chiaramente, a maggior ragione perché i protagonisti sono quasi–dei–vecchini, come Fermina quando si arrende all’amore per Florentino: questo libro aveva tutte le premesse per essere un altro tranquillo, soddisfacente Amore ai tempi del colera, che mi ha dato la consolazione finale che Cime tempestose, con la morte di Catherine, mi ha negato per sempre. A maggior ragione perché Ishiguro è bravo a distrarti, a farti passare centinaia di pagine con il pensiero da un’altra parte, mentre sotto qualcosa silenzioso si intreccia, così bene che ti illudi che possa esserlo solo per il meglio.

Quello che può essere detto, invece, è che questo libro è la distruzione di ogni aspettativa – narrativa, amorosa – ma in modo non eclatante, senza la furia e la sofferenza di Cime tempestose, anzi quasi sempre sottotono, come se fosse una cosa da niente, e contemporaneamente la disillusione di una trama che ne L’amore ai tempi del colera viene invece realizzata, che fa sentire come se fosse saltato un punto nella tessitura, come un inciampo a un gradino, che lascia a bocca asciutta e con il cuore a pezzi.

Anche qui il pretesto del racconto è una storia d’amore, che viene detta nel non essere mai detta, che è fatta di sottintesi mal interpretati a causa di linguaggi che non coincidono, di tempismo che non funziona, che rimanda e delega l’amore continuamente al futuro, chiedo se per fiducia o noncuranza, senza sforzo di immaginazione o di potenza, fino alla fine, quando in una frase avviene la condensazione della sconfitta, che brucia di superficie. E, nel frattempo, è successa una vita intera.

Best quote:

Moreover, as you might appreciate, their implications were such as to provoke a certain degree of sorrow within me. Indeed – why should I not admit it? – at that moment, my heart was breaking.

Kazuo Ishiguro

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